La creazione vive come genesi
sotto la superficie visibile dell’opera
Paul Klee ( Gedichte, Poesie, 1914 )
Nell’opera Perettiana la tecnica svolge un ruolo indubbiamente importante; ingobbio, intonaco, intonachino, materiali edili, terre e pigmenti preziosi mescolati e diluiti ad arte sono elementi essenziali, il cui
l’utilizzo richiede un’approfondita competenza. La pittura a fresco, inoltre, fa pensare ai tempi lunghi
dell’arte medievale, della costruzione di cattedrali – processo laborioso e titanico che poteva durare
più d’un secolo -, richiama alla mente i grandi cicli murali dipinti nell’arco di più giornate da maestro
e allievi di bottega, e tecniche tramandate attraverso generazioni di maestranze. Ci richiama Giotto
della Cappella degli Scrovegni a Padova o della Basilica di S. Francesco ad Assisi, ci rimanda anche al
Rinascimento, al magistrale e sovrumano esempio d’arte michelangiolesca a Roma, nella Cappella Sistina. Che un artista contemporaneo si cimenti con l’affresco, sia pure su pannello e con velature a secco, e
cerchi da sé i propri colori, li crei, mescolando terre, ossidi e polveri alla maniera antica, si misuri con
l’intonaco e la sua facile disseccabilità, con la sua possibilità anche di assorbire il colore e di restituirlo
in superficie, per un processo chimico ben noto, con effetti di estrema leggerezza, rivela mestiere e
passione, capacità tecnica e curiosità intellettuale, abilità artigianale e creatività che si sostanzia di
un’abile e paziente manualità. La levità e la disinvoltura con cui, come pochi altri artisti sanno fare,
Peretti sa distanziarsi dalle proprie opere per guardarle con occhio disincantato e oggettivo, non precludono la certosina applicazione e la costanza del suo impegno nel realizzarle, la sua dedizione totale
al proprio compito d’artista. Il suo affaccendarsi sulla tela prende la forma di una concentrazione e
successione di operazioni compiute sulla materia del colore ancora fresca, quasi a sfidarla, a provocarne la risposta in termini estetici.
Il pittore la mette alla prova - con la capacità di ripetere ogni volta la sequenza di gesti che lo rende
abile nelle tecniche acquisite e gli permette il raggiungimento degli effetti voluti - incidendola con segni
e reticoli, imprimendovi qualche solco o linea di demarcazione interna allo spazio pittorico. Le sue mani
rispettano e assecondano la materia, pur trasformandola secondo un sentire che è progetto estetico
e nel contempo ascolto e osservazione dei materiali e della loro natura, con l’occhio costantemente
rivolto anche alla componente concreta, tattile, della pittura e alle tecniche che la tradizione pittorica
ha elaborato nel corso dei secoli.
E così la physis, il mondo della materia - anche inorganica, minerale - ne favorisce l’operare, si piega
al suo tocco d’artista, a quel processo del dar forma nuova alle cose che gli antichi greci chiamavano
techne e che noi traduciamo con la parola arte.
Per questo i dipinti di Ben emanano un fascino d’antico, come fossero scampati all’oblio del tempo in
forza di un’energia in essi racchiusa, eppure sfuggenti ad ogni sforzo che dall’esterno tenti di bloccarli
in qualsivoglia stato di quiete per poterne afferrare un assetto definito e definitivo. Le sue tele, i suoi
affreschi, su tavola (pannello in legno tamburato) o su tela di iuta spalmata d’intonaco, si presentano,
invece, come soglie visionarie ove cogliere le infinite risonanze del dialogo che la luce intesse con la
materia, con l’eco del colore che traspare sotto la coltre ovattata di superficie, e dove scoprire l’energia
pulsante che le pervade.
La gestualità è un elemento che Ben stesso sente come caratteristica irrinunciabile del proprio lavoro, intessuta com’è di sensibilità, emozione, impulsi ed intuizioni, riflessione e memoria: un insieme che permette allo sguardo dell’artista di spaziare nella secolare tradizione dell’affresco e tra una miriade di
altre suggestioni (dalle “icone” di Campigli alle pitture tombali etrusche, dalle sculture della classicità
greco-romana alle figure ritorte di Francis Bacon) per cogliervi un palpito di bellezza e uno stimolo per
una nuova creazione d’arte.
All’effetto di trasparenza leggera consentita dalla metodologia dell’affresco Peretti associa – quasi in
contrappunto - la ricerca di altre tecniche tese a rendere palpabile la matericità del dipinto, secondo
modalità espressive che gli maturano dentro, nel ripensamento della propria esperienza così come di
secoli di storia dell’arte, ma anche della storia tout court dell’umanità. Ciò che emerge da questo lavoro di introiezione e di rielaborazione – in cui la virtualità del mezzo informatico diventa un importante
punto di partenza, oltre che ausilio e supporto alla mente e all’occhio dell’artista - demiurgo – è un universo figurale fluido e senza tempo, che risulta non estraneo all’orizzonte mentale dell’uomo immerso
nell’odierna civiltà mediatica e tecnologica.
Qui la padronanza tecnica si incontra con una “sapienza” esistenziale oltre che pittorica per dar vita ad
immagini solo apparentemente semplici, il cui ordine e nitore valgono a contenere l’energia del gesto
esprimente il movimento. In queste “figure in fuga”, quasi visioni afferrate al volo come fotogrammi
rubati all’immaginazione o alla memoria, l’estrema pulizia formale e l’attenzione al dettaglio vengono
sottoposte a una sorta di sfida gestuale mediante il segno che l’artista incide nel vivo della materia,
sovrapponendo così il momento creativo a quello realizzativo. Ciò non esclude -s’è detto- una fase preparatoria e progettuale accurata, a tavolino, davanti al monitor del computer, ove Ben viene elaborando in nuce le sue “figure”. Il graffio eseguito poi, in fase d’affresco, seguendo l’intuizione del mo-
mento, ne sottolinea il dinamismo. Ecco allora il segno che ripete un contorno, sdoppiandolo o scavandogli accanto un solco che molto ha del graffito, o imprimendo nell’intonaco ancora umido incisive
linee di forza.
Mi sembrano, quelle di Ben, immagini all’ennesima potenza, ovvero immagini di immagini o – per rubare un’espressione a Bailly, nella sua Apostrofe muta – “ombre portate dal sogno di un’ombra che passa”, funi gettate sopra l’abisso, tentativi - che solo l’arte consente - di fermare faustianamente l’attimo che fugge. In queste istantanee dello spirito o della memoria trovano spazio emergenze dell’inconscio, fantasmi virtualmente evocati e pensieri coscienti, studio della forma e lavorìo della fantasia, oltre al portato del proprio vissuto, di uomo e d’artista. La passione, si potrebbe dire archeologica, per l’antico, per il reperto, il frammento o il lacerto del passato, si mescola alle immagini inconsce, tratte dal mondo onirico o dalla memoria ancestrale, e traspare in queste opere cariche di valenze e tracce sottese, appena rivelate da pochi tocchi e aggiunte di getto, virgole di bianco o rapidi graffi nello “sfondo”, repentinamente tracciati durante l’esecuzione.
Segni di un universo interiore che affiora a porgere una qualche suggestione di senso. Una pittura che, nella sua originalità, dà vita a creazioni che ci appaiono, hegelianamente, “modellate dal lavoro dello spirito”, in quanto sembrano trattenere in sé il richiamo e l’anticipazione di una presenza che è anche assenza, lasciandoci intuire il mistero insito nell’interiorità umana. Potremmo azzardare per queste opere il nome di apparizioni, in grado di inscenare una terrena epifania, quasi a “rendere visibile l’invisibile”.
E la tecnica dell’affresco, sia pure per interposta
tela, fa sì che il colore risulti non semplicemente “messo sul” proprio oggetto, ma costitutivo, a darne
per così dire - il colorito, ovvero ciò che restituisce alla pittura la sua “carne”, l’aspetto “vivo” a cui,
per tradizione, tende.
Peretti è capace di dipingere figure vagamente antropomorfe lasciando filtrare attraverso la tela scarti
d’invisibilità, tant’è che questi suoi “fantasmi”, mentre sembrano a portata di mano, o di sguardo, si
rivelano infine irriconoscibili, inafferrabili, inattingibili, e dunque indescrivibili, elusivi dinnanzi a qual-
siasi tentativo di definizione. L’analisi “filologica” di queste opere si arena su sentieri interrotti, per
usare la bella metafora heideggeriana. Il significato della pittura di Peretti va cercato altrove: nella
capacità di recare, nel proprio essere segno e colore insieme, un’apertura all’uomo, alla sua storia e al
suo mistero. Come scrive Didi-Huberman in un saggio del 2002 “l’immagine (...) manifesta uno stato
di sopravvivenza che non appartiene né pienamente alla vita né pienamente alla morte, ma a un ge-
nere di stato paradossale quanto quello degli spettri che, incessantemente, mettono dal di dentro in
moto la nostra memoria. L’immagine andrebbe pensata come cenere viva”.
Nel tracciare le sue visioni, questa pittura distoglie il nostro sguardo dalla modalità visiva usuale, con
cui siamo soliti guardare il mondo che ci circonda, sottrae alla presenza ordinaria le figure che sceglie
di rappresentare per portare il riguardante ( non un mero spettatore, ma chi, coinvolto attraverso lo
sguardo, impegna il suo sentire interiore, cuore, emozioni, pensiero) a compiere una scoperta, con lo
stesso stupore che suscita nell’appassionato di archeologia il ritrovamento di un reperto del passato.
La “cenere viva” dell’immagine, la vita simulacrale, il
fatto che qualcosa che penseremmo statico e privo di
vita, la acquisti ed anzi dia vita all’immaginazione, colpendo il nostro sguardo e - attraverso di esso – la nostra
interiorità, crea un circolo di comunicazione, una condivisione che, sovvertendo i ruoli precostituiti di sog-
getto/oggetto, ci conduce nel cuore dell’opera proprio
mentre essa penetra in noi.
Gli affreschi di Ben Peretti ci conducono ad attraversare
le ombre e i sogni, i fantasmi della memoria e dell’inconscio, le nostre credenze e gli echi dell’immaginario
collettivo che pur ci appartengono, le ansie e le “curae”
che ci pervadono, per tornare ad uno sguardo limpido,
puro, originario, che non è né domanda né risposta,
ma silenziosa e appagante contemplazione. Una sorta
di “ascolto” attraverso gli occhi, un lasciarsi interpellare, interrogare dall’opera che ci attrae e ci smarrisce, ci
si propone e ci si sottrae ad un tempo. Un invito, oggi
estremamente raro, da non eludere.
Elisabetta Bovo
critico d’arte, giornalista, docente di Iconologia ed ermeneutica dell’immagine